ITALIANO

ERRARE MACHINARUM EST

asamblea infinita_lowCONVERSAZIONE TRA ETCETERA (FEDERICO ZUKERFELD & LORETO GARIN GUZMAN) E GERALD RAUNIG.

ETCETERA: Ricordiamo quando ci siamo incontrati per la prima volta nel 2005, in occasione di una tavola rotonda, dove eravamo stati invitati a partecipare, dall’Accademia d’Arte di Vienna. A quell’epoca facevi parte del http://eipcp.net (Istituto Europeo per le politiche culturali progressive) e ricordiamo che gia lavoravi sul tuo libro Art and Revolution. Transversal Activism in the Long Twentieth Century.

GERALD RAUNIG: Infatti, avevo appena finito la versione tedesca del libro, quando ci siamo incontrati per la prima volta a Vienna. In esso cercavo di sviluppare un concetto post-strutturalista della rivoluzione, come macchina rivoluzionaria senza unita‘, priva di totalità, o di una classe identificabile. Le teorie classiche sulla rivoluzione osserverebbero questo come problema.Per esse il soggetto omogeneo rivoluzionario è condizione per una possibilità di rivolta. In uno scenario dove questi stereotipi dogmatici ricorrevano anche nei movimenti contemporanei, iniziai i miei scritti contro quelli. Ho cercato di fare una ricerca su diverse macchine rivoluzionarie storiche come la Comune di Parigi, le avanguardie post-rivoluzionarie nell’Unione Sovietica e i movimenti sociali più estesi dell’epoca, come la anti-globalizzazione o il movimento no-borders, o più localmente, il movimento antirazzista austriaco contro Jörg Haider. In tutte queste pratiche storiche e contemporanee l’assenza del soggetto non doveva essere interpretata come carenza. Tutto il contrario, potrebbe indicare una nuova qualità nella rivoluzione, in una rivoluzione molecolare a venire, e la supremazia della molteplicità in essa.

ETCETERA: In quell’incontro una delle prime domande che ci hai posto, era sull’uso del lessico che avevamo utilizzato per il nostro primo manifesto Etcetera… Ci avevi chiesto perché utilizzavamo la parola “rivoluzione” e parte della nostra risposta a quell’epoca é stata “… e perché no?”

GERALD RAUNIG: Non si tratta di una questione di si o no, perché si o perché no. Semplicemente volevo cercare quale concetto di rivoluzione volevate proporre. Ero certamente interessato delle vostre esperienze nella rivoluzione argentina del 2001, ma non come componente fissa di una teoria delle fasi di resistenza, insurrezione e socialismo su una sequenza temporale lineare. La mia idea di una macchina rivoluzionaria è stata (ed è oggi) non-lineare, interessata alle sovrapposizioni ed intrecci delle differenti componenti: la resistenza giornaliera come primaria, molecolare e inventiva, l’insurrezione delle masse non-conformiste, non come la gran rottura, bensí come una catena in corso di eventi istituenti e finalmente un potere costituente che implicitamente o esplicitamente attraversa ormai ogni forma di resistenza. Negli ultimi anni, quando mi sono più familiarizzato con le vostre pratiche erring, ho capito che gran parte di questa idea molecolare di rivoluzione, si ritrova nelle pratiche poetico-politiche di Etcetera e della Internazionale Errorista.

ETCETERA: Dagli inizi dei nostri esercizi con Etcetera… abbiamo cercato di prendere e riciclare le “vecchie parole”, in riferimento a quelle parole, che sono state quasi dimenticate nella narrazione postmoderna, in parte per enunciare e ridare significato ad esse in un contesto nuovo e differente (quell’epoca era ancora molto viva, in particolare se si ricorda la crisi argentina del 2001). Dal nostro punto di vista era altamente necessario enunciare questa ri-appropriazione e ri-significazione di quelle “vecchie parole” (come rivoluzione), per avanzare verso il richiamo di questo linguaggio che era stato stigmatizzato come “vecchio”, o parte del passato, sinonimo di fallimento (errore) , o definito come terrorismo.

GERALD RAUNIG: Sono perfettamente d‘accordo in generale, e nello specifico quando si tratta del mondo dell’arte, dove ancora esiste un imperativo di ambiguità, di non parlare chiaro, di non schierarsiin assoluto. E qui insistere sul discorso delle politiche radicali tradizionali é una totale provocazione. Mentre nei movimenti sociali contemporanei a volte compaiono problemi ricorrenti di semplificazione e unificazione/totalizzazione, nel mondo dell’arte la situazione é quasi l’opposto. Nel mondo borghese dell’arte l’ambiguità sembra essere la norma quasi naturale, stereotipica, mentre la non ambiguità sembra qualcosa relativa ad un criterio di esclusione. A proposito, questa chiusura conduce inoltre a valutazioni di denuncia su espressioni artistiche non-ambigue, come “cattiva arte” o “non-arte”. La doppia frontiera verso arte e movimenti sociali diventa uno dei fondamenti di tutte – ed in particolare – delle vostre pratiche artistiche politiche. Verso la tendenza dominante nell’arte, dovete criticare l‘imperativo di ambiguità e uscirne con verità singolari, verso i movimenti sociali dovete attaccare la totalizzazione ed insistere nella molteplicità.

ETCETERA: Oggi nel 2013, otto anni dopo il nostro primo incontro, sembra di trovarci in un altro contesto in quanto all‘uso di queste parole. Come in un salvataggio massivo e globale dell’uso delle parole e del linguaggio, queste parole sono riemerse e si sono disseminate attraverso punti distanti e diversi nel mondo, nella forma di contesti politici differenti. Parole come Crisi, Rivoluzione, Occupazione, Movimento, Lotta, Protesta e Solidarieta‘ sono tornate oggi nel vox populi ed interrompono la narrazione dominante dei mass media. Come interpreti la riapparizione di tali parole nell’uso contemporaneo del linguaggio?

GERALD RAUNIG: E‘ certamente fantastico quando il flusso tacitatore delle narrazioni stereotipate dei mass media viene interrotto da voci rivoluzionarie. Tuttavia una cosa é avanzare concetti radicali. Un altra e‘ dare significati o come il loro significato viene fissato (o invece rimane nomade). Si tratta di un concetto di “rivoluzione” di insurrezione unilaterale che prende l‘apparato statale, cambiando un regime per un altro, o trattasi di un concetto complesso, sperimentale, non lineare, macchinico, molecolare, che trasforma i modi di soggettivazione, le forme stesse della vita? E‘ una semplice idea di occupare come esercizio spaziale riformista che cerca di aprirsi un passaggio attraverso alcune rivendicazioni verso un governo nazionale, ovvero occupare significa sciopero molecolare, non solo occupare lo spazio ma anche il tempo, cambiando radicalmente le condizioni dell’ asservimento macchinico in un potenziale di pratiche disubbidienti (sulla base dello slogan “Chiedere niente, occupare tutto”?) Infine ed in riferimento a queste domande, quanto facilmente questi concetti vengono appropriati e cooptati? Menzionare positivamente la “Primavera Araba” o occupare, detto in Repubblica, cambia qualcosa per i movimenti sociali italiani?

ETCETERA: Come può questo incidere sul discorso dell’egemonia e sulla proliferazione di movimenti sociali?

GERALD RAUNIG: Ok, il problema della proliferazione e propagazione rimane, e con esso il funzionamento dei media e la vecchia questione: come noi possiamo essere più? Intanto questa domanda è mal posta. Iniziando con un Noi, finiamo sempre con la questione della maggioranza. Esserci più nel senso di maggioranza costituisce un pensiero illusorio cosi come un obiettivo appartenente ad un’immagine lineare di propagazione da emittente a ricettore, produzione di conoscenza e ricezione, rappresentanti e rappresentati. Soltanto spostandosi dalla questione della maggioranza e di esserci più, e andando verso il divenire molteplicità, la logica dominante di n + 1 può trasformarsi in n – 1, in rifiuto dell’identificazione e della rappresentazione. Qui neanche il 99 per cento costituisce maggioranza, neanche quel 146 per cento del quale il filosofo moscovita Alexei Penzin, scrisse ironicamente in relazione alla frode elettorale russa del dicembre 2011, che cambiò il fragile inizio per alcuni mesi di occupy Mosca in un vero movimento sociale. In una ecologia post-media, la moltiplicazione e propagazione non si devono capire come addizione di uno con l’altro, bensì principalmente nel modo di contagio macchinico-mostruoso. Qui é dove i media perdono la loro qualità come centro di un processo lineare di rappresentazione che va dalla produzione alla ricezione. Il mezzo é la molteplicità in se stesso. Da esso la molteplicità cresce e si sparge. Non si tratta più di gruppi-obiettivo ai quali “dirigersi” attraverso i mass media con un raggio d’azione più grande possibile, bensì di produrre un mezzo puro qui e ora, completamente differente, un torrente incontrollato in mezzo alla molteplicità. Qui i media non sono semplicemente un mezzo per raggiungere un scopo. Prendono parte nella produzione di socializzazione e diventano, sotto un senso nuovo, media sociali. Queste forme di media sociali si sottraggono a qualsiasi semplice strumentalizzazione come abbinamento di pari tra attivo e passivo, tra produzione e ricezione. Si pensi alla prassi del Cairo attraverso la quale nel 2011 una moltitudine di video-attivisti avevano caricato le loro immagini su Youtube ed in altri canali web, e questi clips sono stati riportati come proiezioni a Tahrir Square e più tardi in molti luoghi decentralizzati del Cairo. Le sfacettate produzioni e presentazioni video sono andate oltre la semplice tecnica difensiva di documentare gli attacchi della polizia e la repressione statale, diventando una produzione di immagini e suoni dalle molteplici-prospettive, un processo di produzione del sociale. Si pensi anche negli streams in diretta delle assemblee, ad incominciare
dalle occupazioni dell’Università, dalle assemblee e delle adunanze generali. Sono diventate una reality TV rivoluzionaria, riuscendo a creare, aldilà della trivialità e la frequente ridicolizzazione delle riprese di processi di banali discussioni, una nuova idea di trasparenza del politico.

ETCETERA: Vedi qualche congiunzione tra parola e corpo sociale rispetto a questi movimenti?

GERALD RAUNIG: Senz’altro è qui dove le macchine sociali e le macchine linguistiche s’incontrano. La socializzazione post-media emerge nelle forme interconnesse della produzione di espressione, non nella separazione linguistico/sociale, virtuale/reale e media/corporeo. I corpi precari nelle piazze occupate, il microfono umano, gli stream in diretta e le reti sociali sono parti integranti di uno e dello stesso make-up, cosi come i media , in-media(ti), post-media sono reali. Le macchine linguistiche, le macchine sociali e le macchine tecnologiche si collegano in modi totalmente diversi dal socio-narcisistico via vai di Facebook e Co.

ETCETERA: Nel capitolo 3 del tuo libro, A Thousand Machines, usi la definizione di “Macchina da guerra” per problematizzare il rapporto dicotomico tra violenza e non-violenza. Definisci la Macchina da Guerra come un punto di fuga per sottrarsi dalla violenza dell‘apparato statale e dal suo ordine di rappresentazione. Hai detto che al contrario di questa “macchina da guerra” l’apparato statale cerca di rappresentare quello che fugge all’ordine della rappresentazione.

GERALD RAUNIG: Sì, questo è il pericolo delle lotte macchiniche, che gli apparati di Stato catturino le macchine con la soggezione sociale e la repressione, o peggio ancora, le facciano diventare macchine fasciste. La questione principale è: Come può la macchina da guerra evitare di essere espropriata ed intrappolata? Certo non esiste una ricetta come risposta, ma un percorso che anticipa la cattura e continua deterritorializzando ogni riterritorializzazione, come se conservasse la giusta proporzione della critica sociale (verso le macchine economiche e gli apparati statali), la critica istituzionale (anche nei movimenti sociali) e l’auto-critica.

ETCETERA: In questi giorni siamo a Bologna, per sviluppare l‘ultimo capitolo del nostro Progetto C.R.I.S.I. Quest’ultimo capitolo si intitola L’ASSEMBLEA INFINITA, a partire dalla ricerca accumulativa condotta in diversi tipi di sintomatologie, abbiamo frequentemente osservato nella nostra attuale crisi (anomia, degradazione e crisi di rappresentazione). Durante il nostro soggiorno abbiamo assistito a varie adunanze pubbliche, molte nella storica Piazza Verdi, punto critico-spazio nel centro di Bologna, con una lunga storia di incontri, assemblee, uno spazio che ancora crediamo risuoni con simbolica presenza, evocando nozioni del pubblico e del popolo. Piazza Verdi é uno spazio pubblico e comune dove centinaia di persone che partecipano in discussioni politiche e sociali (così come altri che non prendono parte in tali discussioni) condividono ogni giorno.

GERALD RAUNIG: Per essere onesto, mi sarebbe piaciuto raggiungervi a Bologna. Adesso che non posso venire, vorrei fare una domanda aperta sulla vostra differenziazione di Piazza Verdi come “pubblica” e “spazio comune”. L’essere pubblico é stato l’ideale di democrazia dall’antica Grecia. Il centro pubblico o la piazza dove i cittadini si incontrano e discutono… Certo, ce ne erano delle esclusione alla base, delle donne, dei bambini e dei non- cittadini (esclusi dal pubblico) e forse il problema più sconcertante, era ed é il netto taglio tra privato e pubblico. Lo spazio occupato, lo spazio delle assemblee, lo spazio dei corpi precari potrebbero avere molto di più di una nuova e “comune” qualità di spazio, mandando all’aria le divisioni di privato e pubblico in un modo molto specifico. Comune invece di pubblico non significa fare riferimento ad una comunità pre-esistente o a una distante comunità futura, bensì divenire-comune in un presente esteso. C’erano delle situazioni, dove potete esemplificare questa differenza tra pubblico e comune nella vostra esperienza di Piazza Verdi? O c‘e stato uno sviluppo da un inizio contenuto nell’idea tradizionale di pubblico e posteriormente aperto?

ETCETERA: Beh, è una buona domanda. Abbiamo deciso di utilizzare la metafora del “buco nero” per riferirci allo strano fenomeno di Piazza Verdi. Un buco in cui noi siamo intrinsecamente immersi ogni momento che passiamo di lì. Per qualche momento il pubblico, il privato e il comune perdono la loro forma ed il loro significato. In virtù del buco nero ognuno è implicato nel processo di normalizzazione. Lì si perde la cognizione del tempo e si fondono la memoria, la storia, il mito e la nostalgia. Qui il “pubblico” (ci riferiamo all’imposizione di determinate politiche pubbliche sull’uso di tali spazi) sta producendo una sorta di consumismo compulsivo dello spazio pubblico, basato sull’uso di tali spazi per il divertimento di massa o per il semplice svago. Ma il buco nero ancora lì, nello stesso punto, con una incredibile forza centripeta che scaturisce dall’epicentro del foro, risucchia gli ideali e le esperienze del corpo
sociale. Il “comune” emerge dal desiderio collettivo di trasformare la forza centripeta in una forza centrifuga. È il ritorno del desiderio sopra il consumismo, il desiderio che riunisce le forze, che produce nuove forme organizzative, che converge ed emerge nelle riunioni spontanee e nelle assemblee Oggi, quello che abbiamo capito parlando con le persone con cui ci siamo relazionati, è che il recupero di Piazza Verdi non è solo una lotta per lo spazio pubblico; ciò che vorrebbero è una piazza come spazio comune, far sì che la piazza sia occupata da un corpus diverso. Sembra che ciò questi collettivi studenteschi cerchino oggi sia un’invenzione quotidiana di nuove risorse, una condivisione che percorra la lotta dentro e fuori dall’università, su una scena sociale che essi hanno deciso di chiamare “Piazza Verdi Liberata”.

GERALD RAUNIG: Allo stesso tempo, Piazza Verdi rappresenta il luogo di un cosiddetto “degrado” (nel linguaggio dei policy-makers italiani, dei politici e commentatori sociali), categoria utilizzata anche dai mass media per descrivere la trasformazione dello spazio pubblico da parte dei giovani di Bologna. Il 22 Maggio 2013, l’assemblea degli studenti in piazza è stata repressa dalla polizia, e dopo questa situazione una serie di nuove adunanze ed interventi pubblici ha continuato in modo permanente, come rituale per riprendersi il luogo e per reclamare Piazza Verdi per il popolo e per l’uso pubblico. Da quanto abbiamo osservato in quelle adunanze, ci interessa come la crisi incida anche tutti i modelli di rappresentatività adottati in diversi modi: a volte costruiti dai propri stereotipi, a volte dalla memoria (e dalla storia) e altre volte semplicemente costituiscono esperienze che rinnovano il modello di assemblea come metodo potenziale di rappresentatività.

Attraverso forme di manipolazione dei mass media e del monopolio multimediale di Berlusconi, il corpo sociale degli studenti in Italia é diventato un simbolo, un “degrado” sociale, ritenuto al centro di molti problemi italiani riguardanti i giovani e spesso i membri marginalizzati della società. In parte a causa del suo disseminarsi nei mass media, l’idea di “degrado” è stata criminalizzata ed stigmatizzata, a cominciare presumibilmente negli anni ’80 e che continua fino al giorno d’oggi. Come se stessimo per precipitare in un buco nero, ed oggi ogni tentativo da parte degli studenti o degli attivisti di ricuperare la vita pubblica in Piazza è stato permanentemente frustrato, i risultati di questo richiedono repressione poliziesca immediata, o al contrario questi movimenti e queste idee corrono il rischio di essere cooptate dall‘amministrazione culturale con i loro programmi per normalizzare la Piazza e tutte le attività associative, in linea con l’agenda e le politiche culturali neoliberali che promuovono l’egemonia sociale.

ETCETERA: Dall’idea che ogni tentativo di costruzione di un esperimento collettivo sulla effettività di tali modelli di rappresentatività partecipativa in Piazza o altrove, cominciamo a chiederci: “se l’Assemblea è diventata la rappresentazione di un Assemblea, attuando come Assemblea può diventare una Assemblea reale?”. L‘ ASSEMBLEA PERMANENTE funziona come social ready-made. Come mise en scene di un assemblea nella quale i “partecipanti” sono reali, tuttavia “recitano” attraverso i propri attori sociali. La piece consiste in un esercizio sulla ripetizione, portando alla luce idee presse dal mitologico passato degli anni 70 in Italia, facendo un salto al presente in modo di riattivare l‘immaginazione sociale su un futuro comune possibile (o no).

GERALD RAUNIG: Sì, questo suona come un esperimento interessante: creando un nuovo territorio usando vecchie riappropriazioni territoriali, senza ripeterli ciecamente, ma riperterli con una differenza, la differenza specifica degli eventi attuali della crisi molteplice in Italia. Con questo in mente, il significato di rappresentatività e partecipazione del popolo è diventato molto più tenue, argomento di tante domande e dibattiti. Oggi qual è il ruolo dell’asssemlea come metodo di organizzazione politico/sociale? La mia tesi è che oggi esiste una nuova necessità di trovare forme nuove di condensazione, concentrazione, riterritorializzazione. In tempi dove i modi di produzione e le forme di vita sono diventati perfettamente deterritorializzati, e l’asservimento macchinico costituisce l’unico modo di soggetivizzazione, la crisi non è soltanto crisi dell’economia capitalista o della democrazia rappresentativa, ma anche crisi dei territori. Quindi, qui c’è bisogno dello spazio un altra volta, luogo come territorio (che è allo stesso tempo spazio specifico e tempo specifico), una riterritorializzazione non asservente tra le tante deterritorializzazioni asserventi.

ETCETERA: Se lo Stato è riuscito a rompere ogni illusione di fuga e quella rimasta fuori dall’ordine di rappresentatività è diventata una semplice rappresentazione, può una macchina teatrale, con la propria forza rappresentativa, farla rientrare nello spazio nomadico da dove proviene?

GERALD RAUNIG: Si, credo que questa è una svolta certamente interessante. Usare certe forme di rappresentatività orgica, orgiastica, mostruosa per inventare e creare un nuovo territorio essitenziale di nomadismo no-rappresentativo. Qui la macchina teatrale è il potenziale rompi giacchio all’interno della struttura degli apparati di cattura, una macchina destituente che permette l’invenzione di pratiche istituenti, la creazione di un potere costituente.

ETCETERA: Inoltre, credi che l’assemblea come convergenza di spazio (e come evento) possa produrre nuovi modelli di rappresentatività?

GERALD RAUNIG: Devo dire che produrre nuovi modelli di rappresentatività non è nel mio interesse. Tuttavia, le adunanze come rotture nel tempo e nello spazio dall’asservimento macchinico, cosi come invenzione di nuove riterritorializzazioni del tempo e dello spazio, possono produrre nuovi modeli di organizzazione molecolare. Moltitudine, dispersione, molteplicità sono diventate parte dei modi contemporanei di produzione di capitalismo macchinico, di modi di vita, e tuttavia con fatica si trovano nelle forme di organizzazione politica. La moltitudine è diventata la composizione tecnica della produzione post-Fordista, ma appena la sua composizione politica. Dall’altra parte le forme esistenti di composizione politica sembrano prevenire più che promuovere la composizione non-identitaria in una moltidutine dispersa. L’organizzazione molare fa nascere una riterritorializzazione a strisce e focalizza le lotte su un punto principale, una contraddizione principale, un principio. In un mondo molecolare di dispersione e moltitudine serve una forma diversa di riterritorializzazione, inclusiva e trasversale, aldilà dei privilegi individuali o collettivi. Dal mio punto di vista, possiamo trovarla in certe lotte sociali degli ultimi anni: nei movimenti di libero-spazio, lotte per mantenere centri sociali, proteste contro le limitazioni dello spazio abitativo, occupazioni delle università, movimenti contro sfratti, in Italia occupazioni di teatri o le occupazioni dei Lavoratori dell’Arte l’anno scorso. In tutti questi movimenti, gli occupanti hanno dimostrato con la loro insistenza e caparbietà appropriandosi seriamente spazi specifici nella loro materialità e si assentano per vivere lì, anche se per un periodo limitato.

Molto vicino al senso di riciclare, del quale si è parlato all’inizio, gli indignados, gli occupanti delle piazze centrali, ed ancor un altra volta i protestanti precari su Piazza Tahrir riclamavano un vecchio fenomeno della teoria politica, la piazza principale come simbolo di democrazia. Non si tratta del simbolo del centro evacuato, punto focale del desiderio, bensì di una certa condensazione, concentrazione, assemblea che produce un centro incontrollato nell’esercizio tangibile ed inventivo dell’occupazione, esattamente lì dove il territorio appare completamente deterritorializzato, apparentemente inutile per qualsiasi pratica sociale. Lì gli occupanti prendono lo spazio ed il tempo
seriamente assentandosi, riprendendosi il tempo nelle discussioni pazienti e prendendosi tempo per restare in questo luogo, sviluppando una nuova forma di vita, pur se per un breve periodo di tempo. Certamente, questa esperienza rimarrà nei corpi e nelle anime dei partecipanti. In questo senso, l’assemblea diventa veramente permanente, una assemblea infinita.

Gerald Raunig è un filosofo, teorico dell’arte e attivista di Vienna. Lavora alla Zürich University of the Arts, ed è coodirettore dell’eipcp (European Institute for Progressive Cultural Policies). I suoi ultimi testi sono: A Thousand Machines: A Concise Philosophy of the Machine as Social Movement (2010); Art and Contemporary Critical Practice: Reinventing Institutional Critique (scritto in collaborazione con Gene Ray, 2009); e Art and Revolution: Transversal Activism in the Long Twentieth Century (2007).

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