ITALIANO

HEPIMIZ ÇAPULCUYUZ

MENTRE A BOLOGNA VENIVA SVILUPPATO IL PROGETTO C.R.I.S.I., IN ALTRE PARTI DEL MONDO (COME IL BRASILE O LA TURCHIA) ALTRE CRISI STAVANO ESPLODENDO. QUI SOTTO È RIPORTATA UNA CONVERSAZIONE CON IL COLLETTIVO ODA PROJESI SULL’ATTUALE SITUZIONE DI ISTANBUL.

ETCETERA: Nel 2005 abbiamo incontrato entrambi i collettivi quando abbiamo partecipato insieme alla mostra Collective Creativity a Kassel curata da colletivo di curatrice WHW. Già a quel tempo voi stavate lavorando sugli effetti delle politiche di gentrificazione nelle aree urbane di Istanbul, portando come esempio il quartiere di Galata nel distretto di Beyoğlu (sede di Oda Projesi). Al contrario di oggi, in quel periodo la discussione sulla perdita e privatizzazione degli spazi pubblici così come sulla gentrificazione non era l’argomento preferito dai media mainstream o dal dibattito pubblico. Da allora ad oggi, come interpretate questo processo di presa di coscienza generale rispetto a queste problematiche?

ODA PROJESI: Nel 1997, quando abbiamo iniziato a lavorare su queste problematiche, lo spazio pubblico e la gentrificazione non erano un tema centrale, c’erano piccole discussioni, ma più in generale prevaleva il pensiero comune secondo cui, “in qualche modo”, le cose sarebbero andate meglio. In quel periodo ci furono cambiamenti sull’intera città, ma in confronto agli ultimi anni possiamo considerarli su “bassa scala”. Ma ora ci sono “grandi” piani, “grandi” quantità di denaro e “grandi” sogni da parte di chi governa la città. C’è l’utilizzo della tecnologia per trovare le “giuste” informazioni o notizie, ci sono realtà come twitter, e l’impatto dei network ha risvegliato la coscienza di massa. Prima i cambiamenti si potevano notare nelle parti più silenziose della città, ora il campo di battaglia è Taksim, luogo della “libertà” in senso lato. Gezi Park ha molecolizzato tutto quello che l’intera regione contiene trasformandolo potenzialmente in una nuova forma di solidarietà.

ETCETERA: In che modo Gezi Park svolge un ruolo simbolico e come interpretate questo sorprendente livello di partecipazione sociale?

ODA PROJESI: Gezi Park è diventato un simbolo nel momento in cui si è verificato un imprevisto episodio  i resistenza che è poi diventato permanente. Gezi è il movimento della gente al di sopra dei partiti e delle agende politiche; è al livello della strada, ed è quindi fresco, vivo e imprevedibile. Ha un potenziale di risposta che non può essere ignorato. Gezi ha portato un nuovo modo di intendere noi stessi e lo spazio cittadino; parchi pubblici, dibattiti pubblici, gesti pubblici, tutto ciò è emerso dalla “volontà” individuale di resistere. Niente sarà più come prima…

ETCETERA: Nel 2009, quando ci siamo rincontrati per partecipare alla Biennale di Istanbul e voi stavate curando il progetto Cultural Agency (insieme a Nikolaus Hirsch e Philipp Misselwitz), ci avete portato a visitare la sede del progetto. Era in un piccolo chiosco nella zona di Gülsuyu-Gülensu, un quartiere estremamente stigmatizzato e penalizzato, con un’intensa storia di lotte politiche alle spalle, essendo la sua popolazione prevalentemente Curda. Successivamente, nel 2010, abbiamo svolto lì una residenza artistica di due mesi. In quel perido ci è stato spiegato che quei quartieri (detti Gecekondu, letteralmente “costruiti di notte”) erano stati costruiti informalmente nei primi anni sessanta, quando gruppi di immigrati dall’Anatolia dell’est ne avevano occupato i territori. Da allora quell’area dall’altro lato del Bosforo è diventata uno dei principali bersagli della speculazione edilizia e del processo di gentrificazione. Il movimento anti-gentrificazione e di resistenza che esplode nell’epicentro della città (Taksim) e non nelle aree periferiche, nasce in questo nuovo spazio pubblico. In che modo questa situazione politica potrebbe incidere sulla vita delle cosiddette “minoranze”?

ODA PROJESI: Dipende, potrebbero esserci svariati effetti, ma l’effetto positivo che percepiamo è l’affievolirsi delle barriere tra le cosiddette “minoranze”, il portare ad avvicinarci maggiormente, a resistere insieme. Gezi ci ha dato la possibilità di vedere noi stessi con l’occhio di chi governa e di realizzare che noi non “siamo”, ma che “siamo stati inseriti in una categoria” per l’utilità del sistema e di chi governa.

ETCETERA: Sapete dirci, se siete ancora in contatto con alcune persone che vivono lì, come percepiscono la situazione attuale?

ODA PROJESI: Siamo rimasti in contatto con molti degli abitanti di Gülsuyu; la maggior parte di loro partecipa alle manifestazioni, addirittura una delle anziane singore che avevamo intervistato tempo fa per un progetto di storia orale è apparsa sulle testate dei giornali mentre, con il viso mezzo coperto, lanciava una pietra conto la polizia – ed è stata accusata di supportare un partito illegale. Anche adesso, dato che ci sono assemblee che si formano nelle piazze di molti quartieri, loro continuano a farne parte. Considerato che Gülsuyu Gülensu è grossomodo un quartiere appartenente all’ala della “sinistra conservativa”, i suoi abitanti si interrogano sui possibili modi di resistere, sul nuovo linguaggio della resistenza. Ma da quello che sentiamo tutto ciò è assai difficile poiché questa situazione ha anche fatto emergere molte delle fazioni degli anni ’70 che ora si risvegliano e fanno sentire la propria voce; i pulpiti del parco potranno, si spera, aiutarle a schierarsi fianco a fianco per un nuovo impegno comune.

ETCETERA: Alla fine, le lunghe proteste che si stanno verificando portano con sé un sorprendente livello di creatività e di interventi artistici che vengono condivisi e socializzati con l’intera società, rompendo i parametri e le frontiere del campo dell’arte contemporanea. Come pensate che questo nuovo contesto possa influenzare e modificare le relazioni e il lavoro degli artisti turchi?

ODA PROJESI: Attraverso le azioni a Gezi Park è emersa la creatività pubblica, che è anonima. L’essere anonimo significa o significherà molto per ciò che riguarda la produzione artistica e l’essere autore di un’opera. Per esempio, quando c’era ancora vita a Gezi Park, la gente si chiedeva «in questo momento qual è, rispetto alla questione del pubblico, l’utilità della Biennale di Istanbul?». La Biennale appartiena alla strada per varie ragioni. Le Istituzioni Culturali possono agire come luoghi di ritrovo, di discussione, di memoria di ciò che è avvenuto e che può accadere. Più da un punto di vista di catalogazione…la produzione artistica necessita di essere discussa dopo e durante il movimento di Gezi Park.

ETCETERA: Dal grado di sostegno e solidarietà in risposta alla repressione mossa dallo Stato, vedete questo momento come una sorta di rinascita di un nuovo impegno sociale?

ODA PROJESI: È di certo una rinascita. Questo nuovo impegno ha dimostrato che le centinaia di possibilità esistenti per resitere al sistema e per reclamare i diritti dei cittadini e della città erano soltanto assopite. Ora si sono risvegliate e difficilmente torneranno a dormire o si faranno rimandare a dormire.

ETCETERA: Secondo la vostra prospettiva, tra quelle immagini, tra quelle performance sociali e quegli interventi spontanei, quali sono i più interessanti come forme di risposta e/o come pratiche artistiche?

ODA PROJESI: Sono nate molte azioni con musiche e testi con uno humor diverso dai tipici slogan della sinistra classica, e proprio queste hanno la potenzialità di creare nuove possibili prospettive. “Twitter”, che ha un forte ruolo nel riunire la gente e determinare la “notizia”, è stato visto come un nemico dal primo ministro Erdoğan. “Duran Adam”, letteralmente “uomo fermo”, è stata una delle performance più efficaci e forti. Dopo che il sindaco di Istanbul ha rivolto un appello alle madri dei manifestanti affinchè richiamassero a casa i loro figli, molte di quelle stesse madri sono scese in piazza per sostenerli e stare con loro nel parco: anche questa è stata una risposta molto forte. I tifosi delle famose squadre di calcio di Istanbul, Beşiktaş, Fenerbahçe e Galatasaray, si sono riuniti sotto un’unica divisa e hanno perfino creato un’uniforme che porta tutti i colori delle squadre di calcio come segno di unità; è stato un grande evento, considerando
anche la storia di queste squadre… Quindi di fronte alle azioni brutali e violente del governo c’è stata una “replica” imprevista e forte. E anche adesso che vi stiamo rispondendo (8 luglio 2013) Gezi Park ha ancora i suoi nuovi “proprietari” quale è ad esempio la polizia, che “apre” e “chiude” il parco (i suoi ingressi) a suo piacimento. Così, dal 27 maggio 2013, la timeline di Gezi Park nel suo insieme rappresenta la più forte pratica artistica, e da questa si può imparare molto.

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