HIP HOP PHILOSOPHY

HIP HOP PHILOSOPHY è il secondo capitolo di C.R.I.S.I. e si sviluppa in tre parti: EDUCAZIONALE, NARRAZIONE COLLETTIVA e MEDIA. È stato sviluppato attraverso quattro iniziative collettiva:COORDINAMENTO MIGRANTI e il loro laboratorio ON THE MOVE all’interno del quale diversi ragazzi delle scuole superiori si incontrano ogni martedì per dar luogo a creazioni collettivi, improvvisazioni free-style, mescolando esperienze di vita con ritmi incalzanti e testi intensamente poetici. La documentazione è stata prodotta da TELEIMMAGINI, un collettivo indipendente di media-attivisti che ha base a Bologna dal 2000. Obiettivo del collettivo è quello di sviluppare pratiche volte a socializzare la comunicazione a partire dal basso attraverso la condivisiondi risorse e conoscenze tecnologiche.  Una persona chiave di questo capitolo è stato l’MC Manuel Kyodo Simoncini, uno dei personaggi più attivi nel contesto dell’hip hop contemporaneo bolognese. Attraverso i suoi laboratori e come educatore sociale ha sostenuto e stimolato le nuove generazioni (dal nome del suo laboratorio abbiamo preso il titolo per questo capitolo). Parte di questo progetto è stato produrre l’album C.R.I.S.I., con testi e basi da On the Move 

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MEGLIO IUS SOLI CHE MALE ACCOMPAGNATI

Il Coordinamento migranti Bologna e provincia è nato nel 2004. Migranti e italiani, donne e uomini formano un collettivo politico che si oppone alla legge Bossi-Fini e alle normative europee che, grazie al collegamento tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, fanno dei migranti una specifica forza lavoro destinata a essere sfruttata o espulsa secondo le necessità del mercato. La legge Bossi-Fini non è soltanto una legge sull’immigrazione ma soprattutto una leva per la precarizzazione del lavoro e lo sfruttamento dei migranti. Noi affermiamo il ruolo politico dei migranti nella loro lotta contro le politiche di precarizzazione del lavoro alle quali sono da sempre esposti e dalle quali sono da sempre colpiti in ambito sia lavorativo sia sociale. Per questo per noi il protagonismo dei migranti e delle migranti è una priorità politica contro la precarietà lavorativa ed esistenziale.

Noi, migranti e italiani, combattiamo tutte le forme di razzismo, sia quello quotidiano sia quello istituzionale che emerge in gran parte delle normative vigenti che rendono difficile quando non impossibile l’accesso ai servizi pubblici e sociali, prevedendo la priorità degli italiani o delle pratiche burocratiche talmente complicate e costose da escludere materialmente i migranti. Da sempre noi stabiliamo connessioni transnazionali con le lotte dei migranti in altri paesi europei ed extraeuropei, perché riconosciamo nella violazione dei confini da parte delle migranti e dei migranti la prima e più rilevante forma di globalizzazione. Le donne e gli uomini del Coordinamento migranti si oppongono a qualsiasi forma di detenzione amministrativa dei migranti in Europa e fuori dall’Europa, rivendicando la piena libertà di movimento per ogni uomo e per ogni donna che decida di costruirsi un altro futuro. Dall’esperienza del Coordinamento Migranti nasce nel 2007 il Laboratorio On The Move, I cui protagonisti sono ragazzi figli di migranti e non. Etichettati come “seconde generazioni”, i ragazzi figli di migranti sono spesso al centro dei dibattiti che riguardano la ridefinizione del concetto di cittadinanza. Eppure, nonostante i mille proclami, la vita di migliaia di ragazzi continua ad essere legata alla legge Bossi-Fini e agli effetti che essa comporta. Compiere 18 anni, infatti, non è motivo di festa: con la maggiore età, per restare in Italia, i ragazzi devono trovare un lavoro per ottenere il permesso di soggiorno ed evitare di diventare clandestini o rischiare di essere espulsi nel Paese di origine. Molto difficili, invece, le pratiche per l’ottenimento del permesso di soggiorno per studio poiché riservato a chi riesce a dimostrare di avere un reddito sufficiente a mantenersi gli studi. Tuttavia questi problemi sono molto spesso taciuti e in molti casi anche i ragazzi direttamente coinvolti conoscono poco gli effetti della legge Bossi-Fini. Altri, invece, ne sono pienamente consapevoli tanto che anche la scelta della formazione scolastica risente degli effetti di tale legge. La maggior parte dei ragazzi figli di migranti, infatti, sceglie gli istituti tecnici e professionali perché offrono un inserimento lavorativo più veloce e, con esso, l’ottenimento del permesso di soggiorno per poter restare in Italia.

Ma non bisogna pensare che i migranti e i loro figli accettino passivamente il razzismo istituzionale. Da molti anni hanno invece preso parola, da protagonisti, lottando per l’abolizione della legge Bossi-Fini. L’esperienza del Laboratorio On The Move è emblematica in tal senso: ragazzi italiani e figli di migranti hanno preso parola, insieme, utilizzando l’hip-hop, lo sport e la politica. Rifiutando l’etichetta di seconde generazioni “perché non siamo secondi a nessuno” il Laboratorio On The Move ha così voluto rimarcare la voglia di essere protagonisti e determinare il proprio futuro. L’hip-hop e lo sport sono, quindi, per il laboratorio On The Move, il modo migliore per comunicare il proprio pensiero, per prendere parola e, non ultimo, per divertirsi assieme. Nel laboratorio settimanale, attivo ogni martedì nello spazio pubblico XM24, “ragazzi nativi” e “figli di migranti” usano la musica e la cultura hip-hop per smontare queste etichette e costruire il proprio futuro: un futuro fatto di differenze ma non di disuguaglianze. Ogni anno inoltre viene organizzato un torneo di street basket in Piazza dell’Unità, un momento di socialità e sano agonismo per mostrare che la partita contro il razzismo non è ancora chiusa: bisogna schiacciarlo prima di esserne schiacciati! La parola d’ordine di quest’anno è stata “meglio ius soli che male accompagnati” per ribadire con una battuta la nostra posizione.

Coordinamento Migranti

FILOSOFIA HIP HOP

by Manuel Kyodo Simoncini

L’HipHop è una cultura composta da quattro discipline principali (MCing, Djing, B.Boying e Writing) e da molte altre correlate fra cui il BeatBoxing e il BeatMaking. Questo movimento comprende varie manifestazioni artistiche: la scrittura, l’improvvisazione in rima, l’uso del giradischi, la produzione di basi musicali, il ballo e i graffiti, permettendo a chi ne fa parte di colmare le più disparate esigenze espressive. La sua completezza le ha dato modo di riciclarsi e di sopravvivere per più di trenta anni cambiando spesso forma, senza mai perdere la sua identità originaria. Il movimento HipHop è presente a livello globale e ha contribuito ampiamente al superamento delle barriere razziali e culturali dando modo ai suoi cultori di prendere coscienza delle proprie radici e della propria condizione sociale; chiave principale è stata il confronto, che ha permesso di arricchire un bagaglio culturale comune ben lontano dall’omologazione che via via dimentica l’identità storica.

Con lo scorrere del tempo la situazione si è tuttavia complicata dando anche luogo a modelli tanto altisonanti quanto negativi. La stessa forza che ha una corrente nata dal proposito di unire, distinguere e coltivare può chiaramente avere la stessa potenzialità nel dividere, omologare e distruggere. Possiamo osservare questo fenomeno ancor più nitidamente in ambito politico e religioso. Per questo mi sembra necessario far chiarezza a riguardo con interventi culturali ed educativi riguardanti l’ambito dell’intrattenimento. Da qualche anno propongo dei workshop di MCing nelle scuole, nei centri giovanili e nei quartieri con l’intento di spiegare alle nuove generazioni il significato originale di questa cultura cercando di uscire dai classici stereotipi che troppo spesso si trovano in questo ambiente. L’arte dell’MC è il Rap, si tratta di un mezzo di esternazione molto immediato e alla portata di tutti, che permette di ottenere risultati modesti nell’arco di poco tempo e di dare un’organizzazione al proprio linguaggio e alle logiche di ragionamento. Prevede la necessità di informarsi, di arricchire il proprio bagaglio culturale, di acquisire il maggior numero di termini possibili. E’ un ottimo strumento per interpretare le proprie emozioni. Indiscutibilmente l’arte, quando auspica ad una presa di coscienza, porta all’autoconoscenza.

Solitamente le attività vengono così organizzate:

– La spiegazione del percorso di questo movimento dagli anni ’70 ad oggi (in America, in Italia, a Bologna) per capire il suo ruolo nella storia contemporanea.
– Esercitazioni pratiche di improvvisazione in rima (freestyle) ed ulteriori giochi sulle forme retoriche.
– Lezioni sulla scrittura, sull’aspetto metrico, ritmico e musicale in relazione alla realizzazione pratica di una canzone.
– Momenti di discussione sul tema del brano e sull’arte in genere.
– L’utilizzo di materiale audio e video per approfondire alcuni aspetti.
– La presenza di ospiti specializzati nelle altre discipline (djing, b.boying, writing, beatboxing, beatmaking, ecc..)
– Quando la canzone è completa viene registrata e mixata.
– La preparazione per il live che si tiene alla festa di fine corso.
– Eventualmente si gira il videoclip del brano realizzato durante il percorso.

kyodo newspaper 03

METTERSI A NUDO

Dato che gli inizi e i finali sono sempre le parti più difficili da scrivere questa volta vorrei partire dal presupposto che le parole COMUNITA’ e COMUNICAZIONE provengono dalla stessa radice linguistica. La comunicazione è uno dei fondamenti su cui poggia la comunità ed è indispensabile alla partecipazione di ogni singolo individuo nell’ambito della vita comune. Può sembrare una banalità, ma ora che le relazioni interpersonali stanno mutando profondamente è nostro dovere non farci trasportare alla cieca dagli eventi che ci circondano. Grazie alle nuove tecnologie è possibile interagire in tempo reale ad un livello globale semplificando le operazioni e restringendo i tempi di reazione ad ogni sollecitazione, creare nuove forme di informazione, promozione,
vendita bla.. bla.. bla.. Già lo sappiamo. Vero?

Sappiamo anche che le persone si stanno allontanando e le relazioni sono sempre più fredde; le piazze sono vuote; le strade sono affollate di persone sole; le famiglie si sgretolano più facilmente di un tempo; i nostri figli chattano da una stanza all’altra senza riuscire a guardarsi negli occhi; si vive di zapping ed in media non ci si riesce a concentrare per più di tre minuti su di una qualsiasi attività. Sappiamo anche che la relazione non è composta solo di parole ed immagini, ma anche di silenzi, profumi, abbracci, schiaffi, strette di mano, impressioni, accenni, grida…

ESPERIENZE e SITUAZIONI.

Le esperienze sono tesori interiori. Le situazioni sono il frutto delle nostre proiezioni… ci girano attorno dandoci modo di sviluppare esperienze… ognuno le sue, a seconda delle proprie capacità. La comunicazione ci permette di vedere la sfera da più angolature, di metterci nei panni degli altri, di crescere con le persone che ci circondano, bla.. bla.. bla.. Anche questo lo sappiamo. Ma mi chiedo di cosa si tratta quando si parla di questo SAPERE.. Ci sono vari livelli di sapere. Più le relazioni sono volubili più il tessuto sociale si lacera, più le esperienze saranno indirette meno sapremo veramente. Immagazzinare grandi quantità di dati fini a se stessi per aspettare di confonderli e dimenticarli non credo sia sapere. Come minimo per sapere bisogna capire. È dal gusto delle esperienze che nascono le comprensioni. Ho l’impressione che le comprensioni siano in relazione con il tatto. Non si può comprendere senza comprendersi. Comprendersi è mettersi sopra se stessi. Accettarsi per quello che si è al di là dell’idea che si ha di se stessi, rendersi coscienti dei propri meccanismi, bla.. bla.. bla.. già la concentrazione sta cedendo… Il fatto è che ci vuole molto coraggio per spogliarsi di tutti gli stereotipi, le corazze, le identificazioni. Perché? Perché sono difese. L’uomo vive nella paura e difficilmente accetta di abbandonare le sue maschere. Più si è identificati in esse più si percepirà un senso di morte nel doverle abbandonare e l’uomo ha paura della morte tanto quanto ha paura del nuovo. Per relazionarsi con gli altri bisogna mettersi in discussione e la paura di imparare è paura di abbandonare il vecchio comodo se stesso. La paura del nuovo è paura del buio. E’ più facile affermare il proprio ruolo che osservarsi per quello che si è. Sono due strade molto diverse di fare arte. Io voglio essere nudo.. Davvero. Sicuramente vi chiederete dove voglio andare a parare.. Che cosa centra tutto questo con l’MC.

File:Master of Ceremonies (Persia)In quanto MC sono un’EMITTENTE perché uno dei miei compiti principali è quello di comunicare. L’Hip Hop è il canale, il mezzo tramite il quale mi esprimo secondo i codici di questa cultura. È un modo per lanciare messaggi, per raccontarsi, confrontarsi, superarsi, imparare, condividere, divertirsi, ma ovviamente è una lama a doppio taglio: può diventare una scusa per omologarsi, scontrarsi, stressarsi, stereotiparsi, fingere, invidiarsi, ecc.. E’ molto più facile che col passare del tempo i movimenti degenerino, tanto più ci si allontana dalla fonte tanto più le acque saranno torbide. E’ per questo che abbiamo una grossa responsabilità nel tramandare. Perché, per quanto può sembrarmi strano, sono anche un insegnante pur non avendo una preparazione accademica. Credo sia una questione di vocazione e la vocazione dipende dall’esigenza. Chi ha l’esigenza è colui che si esprime. Se siamo identificati nei personaggi più disparati perderemo il contatto con noi stessi e a quel punto chi si esprime? Il figlio del desiderio cieco e della paura. Il frutto delle nostre meccaniche. Chi non sa ascoltare non è ricettivo e non può insegnare nulla di vivente. Sono cresciuto in una società dove tutti pretendono di imporre il proprio modo di pensare sugli altri perché ognuno crede di essere nel giusto. Se c’è una cosa che mi preoccupa è questa idea di giustizia che legittima a soffocare la libera iniziativa. Il modo più efficace di insegnare è l’esempio, così se si insegna ad un bambino l’educazione gridando non gli si insegnerà altro che la prevaricazione rabbiosa di chi non riesce a controllarsi. A mio avviso un insegnante deve mettere i suoi allievi nella condizione di espandere serenamente le proprie potenzialità. Sia chiaro… non mi sto pronunciando contro la disciplina. Ci vuole una misura. Dico solo che la repressione e l’insegnamento meccanico di carattere imitatorio fabbricano paura, noia, fili per burattini, desideri, ansia da prestazione fino ad arrivare ad un rifiuto categorico da parte degli allievi. Bisogna stimolare l’interesse, l’entusiasmo, la ricettività perché la disciplina sia il frutto di una presa di coscienza diretta e di un analisi logica consapevole. Certo che ci vuole ordine. Per ottenerlo è necessario il rigore, ma cos’è il rigore senza comprensione? Cos’è l’ordine senza amore? Cos’è la disciplina senza la libertà personale e la possibilità di sbagliare? Come può imparare la disciplina una persona priva di interesse? La repressionecrea interesse? Non credo proprio. A mio avviso l’ordine deve essere frutto dell’armonia e della partecipazione volontaria. Dare ordini porta all’ordine? La costrizione può generare armonia e partecipazione? Al massimo genera rassegnazione e ribellione. Al contrario com’è possibile imparare a comprendere senza essere a nostro modo rigorosi? Come possiamo istruirci senza essere disciplinati? Come possiamo essere liberi senza essere responsabili? Come possiamo essere liberi senza conoscere quello che vogliamo, perché lo vogliamo e di cosa abbiamo bisogno veramente. Credo che la VOLONTA’ sia un punto focale. Come può essere libera una persona priva di volontà? La repressione crea volontà? Io non credo. La repressione crea sottomissione. Come può essere interessata una persona non ricettiva? Come può essere ricettiva una persona non interessata? Ci vuole concentrazione. Tutto ciò è impossibile senza la volontà. Il desiderio e la volontà sono due cose diverse. La volontà per essere definita tale deve essere cosciente e la coscienza è una funzione dell’essere. La coscienza è presenza. Il desiderio crea una sorta di volontà che sinceramente non saprei come definire, ma non credo che si meriti questo nome. Chi è preda dei propri desideri può definirsi libero? Al massimo può ritenersi soddisfatto… fino al ritorno del grande vuoto. Scusate ma ho sempre amato i giochi di specchi. Sono un maniaco dell’equilibrio, d’altro canto non potrei essere un funambolo. Ho letto poco di come si cammini su di un filo, ma lo faccio ogni giorno senza la pretesa di alcun riconoscimento. Anche io ho un nano sulle spalle come tutti voi. Che senso avrebbe questa attraversata senza la possibilità Come potrei aiutare altri a superare le vertigini se non facessi i conti con l’abisso d’istante in istante?

Per concludere questa parentesi mi sembra chiaro che ci vuole un lavoro molto completo da parte di chi educa. Come minimo è necessario sviluppare il senso della misura e la padronanza di se stesso. Bisogna anche riuscire a stabilire un contatto con il ricevente. E’ difficile da spiegare a parole.. è come sintonizzarsi sulla stessa frequenza radio. Poi c’è differenza fra educare e istruire anche se questi due aspetti spesso si compenetrano e viaggiano di pari passo. Non dimentichiamoci che stiamo lavorando nell’interesse degli altri, grazie a questo impariamo e ne traiamo giovamento, ma se siamo i primi a non essere educati
cercheremo di soddisfare il nostro orgoglio, la nostra superbia, le nostre ambizioni ecc.. finendo per dare esempi deplorevoli con la convinzione di essere nel giusto.

STRUTTURA FLUIDA

Ovviamente i work-shop che gestisco hanno una struttura. Altrimenti non potrebbero stare in piedi. Si tratta di una struttura rigida che si adatta all’ambiente, alla situazione e alle esigenze espressive dei partecipanti. Il percorso laboratoriale è composto da un ciclo di 7 fasi: Entusiasmo, Presa di Coscienza, Organizzazione, Realizzazione, Funzionamento, Restituzione, Rinnovamento. Ognuna delle fasi viene affrontata a livello collettivo (spiegando l’aspetto storico-sociale) e a livello personale (affrontando il lato teorico, pratico e intimo di ogni aspirante MC). La fase di “Entusiasmo” è legata ad un lavoro sulle emozioni, sull’improvvisazione,
sull’intrattenimento. La fase di “Presa di coscienza” prevede un lavoro sul ragionamento, sulla discussione, sullo sviluppo del tema.

La fase di “Organizzazione” è in relazione all’armonia, al lavoro di gruppo, alla scrittura, alla preparazione live, all’utilizzo del microfono, all’utilizzo del corpo nello spazio scenico. La fase di “Realizzazione” prevede la registrazione del brano. E’ un lavoro di interpretazione, impostazione vocale, corretto uso della strumentazione. La fase di “Funzionamento” è composta dalle esibizioni live che a cui i partecipanti possono entrare in contatto e confrontandosi con fruitori di altri laboratori “Hip Hop Filosophy”. La fase di “Restituzione” è un punto della situazione. Prevede ovviamente la consegna del materiale realizzato durante l’iter laboratoriale. La fase di “Rinnovamento” è necessaria a ricominciare il ciclo da capo sviluppando iniziativa personale. Per approfondire a dovere ogni aspetto di ogni fase sono necessarie molte ore di lavoro ed un certo tipo di condizioni. Quasi sempre è indispensabile riadattare il work-shop al gruppo di lavoro e vi assicuro che non è un male. E’ semplicemente un dato di fatto. Spesso dagli imprevisti emergono sviluppi del tutto inaspettati ed interessanti. E’ molto importante stabilire e portare termine gli obiettivi che ci si è prefissati, ma è altrettanto importante riadattarli alle condizioni che si presentano. Bisogna sempre arrivare da qualche parte, camminare senza una direzione è solo un modo per occupare il tempo. L’esperienza si deve fissare nel ricordo a vari livelli perché sia utile. A l contrario la meta che ci siamo stabiliti inizialmente non deve precludere la nostra apertura verso l’inaspettato. Spesso quando si parte per un viaggio si fanno dei piani, la mente calcola programma e finisce per odiare la realtà nel momento in cui non aderisce alle sue fantasticherie… Cerco sempre di essere una bilancia.

Manuel Kyodo Simoncini






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