TERREMOTO SOCIALE

Il TERZO CAPITOLO del progetto C.R.I.S.I ha individuato il terremoto come metafora della crisi.

Si compone di due parti: un’intervista radio con Radio Strike e degli estratti di C’è un tremore, una pubblicazione composta da immagini e testimonianze degli abitanti di Ferrara che nel 2012 furono colpiti dal terremoto. È stato sviluppato il 22 giugno, nel contesto di Borderline – Fes tival delle etichette indipendenti che si è svolto presso il centro sociale La Resistenza di Ferrara. Terremoto Sociale è stata una chiacchierata trasmessa in radio e coordinata da Antonio Dondi con il supporto del collettivo di Radio Strike.  (Gli Strike sono una band ska patchanka di Ferrara attiva dal 1986 (per maggiori informazioni www.strikebaraonda.com)

Estratto dell’intervista TERREMOTO SOCIALE, realizzata il 22 giugno all’interno di Borderline, Festival delle etichette indipendenti, presso il Centro Sociale La Resistenza a Ferrara.

RADIO STRIKE: Che cos’è Radio Strike? Radio Strike è una piattaforma libera, ed è dal febbraio del 2013 che invitiamo le persone ad aiutarci a costruire questo progetto, che è un progetto libero, un progetto sociale ed è un progetto soprattutto di comunicazione, che ci porta a cercare di capire dove sta appunto l’errore. Noi siamo alla ricerca dell’errore e probabilmente nell’errore, nello sbaglio, sta la nostra risorsa maggiore e mi fa molto piacere, sono emozionato oggi ad avervi qui a Borderline. Musica di sottofondo: London Calling, The Clash
RADIO STRIKE: Torniamo in diretta da via della Resistenza 34, Radio Strike, siamo qui con il Gruppo Etcetera, che sono Fede e Loreto. Loro sono qui a Bologna nell’ambito di un progetto internazionale, dove hanno realizzato un progetto che si chiama C.R.I.S.I. Poi ne parleremo meglio con loro. Sono una nostra vecchia conoscenza, loro sono venuti qui in Italia quando in Argentina ci fu il crollo della loro economia. La cosa che ci terrei di più a dire è che quando li invitammo a restare nel nostro paese dove la crisi economica era ancora una cosa abbastanza lontana, la risposta fu «no, noi torniamo nel nostro paese perché era un momento che aspettavamo da anni e non vogliamo assolutamente perdercelo».
Ora, a quasi dieci anni e più di distanza da quel momento per loro da un certo punto di vista drammatico (ed al contempo culturale – forse il momento giusto per cercare di creare un nuovo movimento culturale che si allontanasse dalle logiche dell’economia del mercato globale), vengono nel nostro paese dove viviamo la stessa identica situazione. Quindi, Federico, Loreto, Etcetera, Erroristi e Radio Strike.
ETCETERA: Bene, bene, ciao a tutti quelli che ci ascoltano, sia locali che internazionali. Sì, come hai detto prima per noi esiste questa situazione di vedere costantemente allo specchio la situazione di crisi che abbiamo vissuto in Argentina nel 2001, cosicché ora la rivediamo in Grecia, Spagna, Portogallo e tanti altri luoghi. E qua in Italia la nostra sensazione è che siamo ancora al preambolo, all’uscio di una crisi più profonda. Per noi non è facile trovare una situazione dove si trova, ad esempio, la cosiddetta crisi di rappresentatività – cioè quando la fiducia nel rappresentante della democrazia comincia a diventare vuota o senza un senso profondo nel sentire come proprio un certo livello di partecipazione fisica. Noi ora vediamo la situazione italiana come un grande interrogazione e per questo per noi sviluppare un progetto sulla crisi è una responsabilità che si pone anche verso il nostro contesto; non è solo verso il tuo, il vostro, qua in Emilia Romagna. Stiamo abitando a Bologna da più di un mese e abbiamo notato una sintomatologia comune: una è la crisi di rappresentatività, poi c’è la mancanza di una prospettiva – non è chiaro verso dove tendono le cose, e questo porta ad una sensazione di confusione, come quando si perde il senso del percorso. Il consumismo è sempre più forte, per questo diciamo che quando la crisi diventa maggiormente profonda è il momento l’economia reale viene svelata per quello che è. Per noi la metafora tra terremoto sociale e terremoto della terra, del nostro pianeta, è una metafora che si adatta bene al contesto dell’Emilia Romagna. Così, dopo dieci anni, è importante tornare qua a parlare di questa metafora e confrontarci su ciò che manca, su ciò che si può fare nel contesto di una crisi che si avvicina, creare anticorpi sociali pronti a resistere a questa situazione.
RADIO STRIKE: Diciamo che tu hai colto il segno, personalmente, proprio come individuo e padre di famiglia con due figli – il 20 maggio noi eravamo nella nostra casa di San Carlo, il paese noto per il fenomeno della liquefazione, e in pratica abbiamo perso tutto, abbiamo perso il mobilio, abbiamo perso la serenità – posso dire che l’analogia con la crisi e terremoto sociale è perfetta. La cosa che mi ha colpito di più di quei giorni successivi, a parte il panico permanente… dovuto appunto all’avertoccato concretamente la possibilità di poter perdere la propria vita proprio nel momento in cui sembrava quasi impossibile, è stato il fatto che quello che si è sviluppato nei venti giorni successivi al terremoto è stato qualcosa di incredibilmente meraviglioso, cioè la sinergia fra gli individui. Improvvisamente un evento, in questo caso geologico, ha fatto sì che gli individui si trovassero alla pari, ovvero si sono annullate quelle che sono le differenze sociali, le differenze politiche, e soprattutto si è stati accomunati da uno stato emotivo. Uno stato emotivo che è lo mismo, il medesimo. Sono nate cose incredibili, la cooperazione, gli individui si sono trovati senza niente, nelle strade, con questa sensazione di panico e di precarietà e si sono organizzati insieme. Mi ricordo benissimo che dalle pagine dei social network ho iniziato a lavorare chiedendo alle persone di analizzare bene quello che stavano vivendo, cioè: «le amministrazioni sono necessarie?», «vi rendete conto che siamo riusciti a fare da soli quello che lo Stato o le amministrazioni locali non sono riusciti a fare?» (ovvero l’organizzarci insieme in una situazione di emergenza e di precarietà). Così, nei sette giorni successivi alla scossa, prima che arrivasse la Protezione Civile – Protezione Civile che sappiamo benissimo applica un codice degli antichi romani, cioè loro a tutti gli effetti aprono un campo, un campo militare, proprio perché sanno che in questi casi può sfuggire di mano la situazione –, in quella settimana, è stato incredibile. Sono nati campi spontanei, la gente si è auto-organizzata, la gente si distribuiva il cibo, si distribuiva i vestiti, l’acqua e si è sentito un fortissimo senso di vicinanza anche dalle comunità più lontane che facevano arrivare tutto ciò che era necessario.
Tengo a sottolineare che il terremoto, come il terremoto sociale, mette il dito nella piaga e fa capire che il nostro territorio è stato talmente sfruttato nel nome dell’economia globale e del denaro, per cui non è più in grado di soddisfare le esigenze primarie degli individui, che sono appunto il mangiare e il bere; se improvvisamente, per via di una magia fantastica, potessero sparire gli ipermercati, non saremmo più in grado di sopravvivere. Innanzitutto perché nessuno saprebbe più coltivare la terra, la terra è stata lentamente recuperata dai proprietari terrieri, le forme agrarie successive al crollo dello stato fascista sono state annullate dal fatto che oggi si sono ricreati i latifondi, e con loro le produzioni intensive hanno di fatto devastato la produttività della terra, così che oggi soltanto certi tipi di semi, trattati in un certo modo, possono sopravvivere ed essere produttivi. Lo stesso vale per i nostri corsi d’acqua, che un tempo erano popolati di pesci, non nobili ma comunque commestibili – come appunto il pesce gatto, le anguille, i branzini, lo storione, il luccio, … – tipologie di pesce, possibilità di cibo, che sono scomparse. E che cosa ha evidenziato questo? pochissimi punti: uno è che non abbiamo bisogno delle amministrazioni, possiamo benissimo gestirci da soli con il buon senso, due, che il nostro territorio non è più in grado di fornirci ciò che ci serve, le basi primarie, cioè il cibo e l’acqua. L’acqua è inquinata, la terra non è più produttiva e siamo in balia delle multinazionali (e a quale prezzo! e qui potremmo aprire un capitolo enorme…).
ETCETERA: Beh, che cosa dire dopo questa riflessione su ciò che significa oggi la solidarietà… Di una solidarietà che non è solo quella che si rappresenta nei termini di carità o quella delle Organizzazioni Non Governative che si trovano costantemente a rubare. Di fatto le Organizzazioni Non Governative hanno rimpiazzato il ruolo dello Stato in questo periodo neoliberale; e noi siamo un po’ intimoriti da chi appunto si aspetta che il conflitto, la crisi, continuino, da chi ha bisogno di questo malessere sociale per continuare il profitto sulla miseria e sulle difficoltà. Però c’è la solidarietà che cresce, come quella che adesso vediamo fra Istanbul e il Brasile, una solidarietà senza precedenti. È tornata una parola che sembrava scomparsa dal vocabolario postmoderno, che è “rivoluzione”, e adesso si presenta con diverse etichette, con diverse forme di rappresentazione. Una problematica come è quella della sensazione di aver perso tutto, io l’ho sentita a Buenos Aires come in tutta l’Argentina ed è durata due o tre anni; in quel caso non era una questione geologica ma era legata alla macro-economia, ed ha portato al momento in cui l’idea di rappresentanza di un paese è diventato un gioco di rappresentanza, senza una vera connessione fra i cittadini e le persone che li rappresentano. Questa crisi di rappresentatività la vediamo anche qua, di fianco a questo senso di solidarietà e di responsabilità sociale (e non quello del tipo «Ok, veniamo, facciamo qualcosa per voi e ce ne andiamo», ma portato avanti con continuità). Come dicevi tu prima, non abbiamo bisogno dello Stato, siamo autonomi, ci possiamo organizzare, ma che fare quando le risorse economiche, la concentrazione della economia italiana è fatta di tanti monopoli in poche mani?, come si pone l’Emilia Romagna davanti ad uno Stato che si propone come responsabile?
RADIO STRIKE: Un’altra cosa: creiamo dei nuovi immaginari collettivi, dove sono i filosofi?, dove sono i liberi pensatori?, sono tutti a libro paga di qualcuno, e qual è il rischio? il rischio è quello di parlare a nessuno. Quello che secondo me manca sono delle nuove prospettive; oggi questo posto è frutto appunto dell’immaginazione delle persone.
ETCETERA: Solo una piccola cosa. Per me quello che dici è interessante perché è un confronto con ciò che è successo in Argentina quando l’economia è crollata. C’è stata la stessa situazione, quella di occupare lo spazio del lavoro per ritrovare la propria economia e capire come gestire questo spazio. Ora che si è tornati alla normalità siamo in un, come lo chiama il nostro governo, “capitalismo di amici”, un capitalismo un po’ più soft, più sociale. Hanno utilizzato tutto il pensiero e l’immaginario del movimento sociale per continuare ad affermare la forza della rappresentanza, con un governo molto populista ma completamente capitalista. Quello che tu dici della terra da noi è stato dimenticato, e adesso in Argentina abbiamo la più grande piantagione al mondo della Monsanto, siamo diventati un paese nemico dei popoli originari che hanno bisogno della terra. Per esempio in Bolivia hanno eliminato la Monsanto perché gli indigeni hanno bisogno di ciò che mangiano, perché ciò che mangiano è anche qualcosa di culturale (come tu prima dicevi del pesce), e questo è successo. Ora la nostra presidente parla spesso di progetto sociale, ma al tempo stesso ogni suo discorso parte dall’idea di consumo. Per questo è molto interessante ciò che dici: bisogna perdere questa idea di consumare, torniamo ad essere di nuovo persone, esseri umani, esseri collettivi, si deve uscire da questa situazione di classe, perché quella del capitalismo è una
crisi costante, il capitalismo ha bisogno della crisi per poter andare avanti…
RADIO STRIKE: Adesso continuamo con nuovi brani qui a Radio Strike !

C’È UN TREMORE

A un anno di distanza dalle prime violente scosse che fecero tremare l’Emilia i mass media locali e nazionali continuano a seguire le vicende della ricostruzione, ma il terremoto in senso stretto è uscito dal discorso comune. Non è più come nelle settimane immediatamente successive agli eventi sismici, quando in qualsiasi posto e a qualsiasi ora – in famiglia ma anche tra sconosciuti, al bar, sul posto di lavoro, in treno – la domanda che le persone si rivolgevano a vicenda era una sola: «ma tu dov’eri quando è arrivato il terremoto?».
Questo punto interrogativo è stato ripetuto centinaia di volte e ha trovato altrettante centinaia di risposte: storie strampalate, autoironiche, episodi commoventi, difficoltà ma anche risate. Il volume “C’è un tremore” è stato pensato per raccoglierle, per fare in modo che non si vada a perdere la importante del terremoto come vissuto collettivo, composto da una miriade di tante piccole narrazioni private. Il libro, edito dall’editore centese Freccia d’oro, raccoglie trenta racconti ispirati a fatti realmente accaduti, e altrettante fotografie. I racconti sono stati scritti da Licia Vignotto e Giuseppe Malaspina, ideatori del volume. Le immagini invece sono state messe a disposizione da tanti cittadini che hanno voluto sostenere e partecipare al progetto – a questo proposito è stata creata, ed è tuttora disponibile, una pagina Facebook dedicata, la si trova cercando Progettotremore. Essendo i testi dedicati ad accadimenti minimali, gli autori hanno invitato la popolazione a mandare per la pubblicazione immagini altrettanto minimali. Chi aprirà le pagine del volume non troverà ricordi strazianti né tanto meno le immagini di devastazione che per mesi hanno riempito le pagine dei giornali. Troverà frammenti di quotidianità, una narrazione corale e non retorica, fotografie sporche, poco professionali ma molto significative. Il ricavato delle vendite di C’è un tremore servirà a ripristinare la biblioteca di Cento, tuttora chiusa per inagibilità. «Il libro vuole essere soprattutto uno strumento per conservare la memoria – commentano gli autori – e ci è sembrato giusto che fosse utilizzato a favore di un luogo in cui, tutti i giorni, si lavora esattamente per lo stesso motivo. Affinché possa restare traccia di chi siamo stati e di chi siamo». Chiunque volesse ordinare una copia potrà scrivere a ordini@casaeditricefrecciadoro.biz, o prenotarla presso i maggiori bookstore on line. Riportati sopra alcuni racconti estratti dal libro: C’è un tremore, La tazzina, Radiocarcere, (di Licia Vignotto), Alimentari e abbigliamento (di Giuseppe Malaspina).
Fotografie di Jimmy Michele Valieri
C’È UN TREMORE. «Svegliati». La ragazza americana tiene le gambe bianche piegate, seduta nel letto disfatto scuote la spalla di Luca, che non sembra avere nessuna intenzione di svegliarsi. «Luca svegliati», grida più forte, la mano magra sulla spalla del ragazzo. Niente da fare. Congelato nel sonno, il sabato sera finito solamente da un paio d’ore, la faccia sprofondata nel cuscino e i capelli crespi sparsi attorno. A che ora saranno tornati a casa ieri? Le due, le tre di notte? E adesso che ore sono? Arriva un altro strattone, più violento questa volta. Lui sbatte le palpebre viola e lentamente mette a fuoco. È Justine. Sweet heart Justine, cara Justine. Volatile Justine che tra una settimana tornerà a Minneapolis e chissà che ricordo conserverà di questa primavera ferrarese. Lei apre la bocca. Lui la guarda. «C’è un tremore» dice. Gli occhi grigi spalancati lo fissano aspettando una reazione, una risposta che non viene. Troppe Moretti da sessantasei, troppi amari a stomaco vuoto, troppe sigarette come sempre e troppo, veramente troppo breve il tempo rimasto per riposare prima di andare al lavoro. Luca la domenica mattina lavora in centro, commesso in libreria, impiego part time ma contratto a tempo indeterminato. Invidiatissimo. «Justine, sono le nove?», la voce rauca ancora impastata. «No». Si volta dall’altra parte, aggrappa saldo il cuscino e scivola di nuovo nel sonno malandato da cui si era destato. Cosa possa significare ‘tremore’, nell’italiano sghembo e masticato della sua ragazza americana, ci penserà domani.
ALIMENTARI E ABBIGLIAMENTO «Se proprio devi, mettici una emme, è l’iniziale del mio nome. Sai, non voglio comparire per esteso. Non è mia intenzione farmi pubblicità. Che poi questa non è nemmeno la prima volta che mi attivo con amici a prestare soccorsi. Sono stato anche a L’Aquila tre anni fa. Non ha molto senso per me parlare del ‘mio’ 20 maggio. In fondo, quello che conta è portare un aiuto diretto alla gente che ha bisogno. Poche chiacchiere, questa è la mia testimonianza. Raccogliere generi alimentari e capi d’abbigliamento, consegnarli nelle mani di chi ne ha bisogno e ricevere in cambio un sorriso. Cioè, ognuno dei terremotati avrebbe avuto un motivo per essere arrabbiato, ma ci ha accolto con un sorriso. Tutta la merce, l’abbiamo portata noi, non si sa mai che qualcuno se ne approfitti. Siamo stati in tante zone in provincia di Ferrara, ma anche a Mirandola, all’interno del campo profughi. C’era gente che aspettava di sapere se poteva rientrare in casa. Qualcuno aveva bisogno di cibo, qualcun altro di vestiario. Poi abbiamo dato una mano a preparare le tende. I riflettori devono rimanere accesi su chi rimane, non tanto su chi va. Poi, sul concetto di riflettori c’è anche da intendersi. Una troupe televisiva, non ricordo neppure quale, ha puntato le sue telecamere davanti al municipio di Sant’Agostino, in attesa che crollasse. Due giorni appostati per fare lo scoop. Guarda, ho anche scattato una foto». Il dito pattina sul display dello smartphone. Saltella fra immagini che a occhio si assomigliano un po’ tutte, che sia una crepa o uno squarcio su un muro. Ma se le guardi da vicino c’è sempre un dettaglio che le distingue. Alla fine si ferma, fa un giro veloce con il polpastrello e il suono di un clic scandisce lo zoom. Non si capisce se quella struttura sia un edificio pubblico o un semplice modellino. Fragile al punto da sgretolarsi di lì a poco. Forse è un vero che le dirette tv colpiscano dritte alla pancia. Ma se la pancia ha fame cerca solo generi alimentari.
RADIOCARCERE Che io non sono mica razzista, ma insomma: stavo in cella tranquillo per gli affari miei, mi hanno spostato in mezzo a quattro africani. Non è che mi piaccia lamentarmi, che qua dentro ci si abitua a tutto e anche di più, ma insomma che sporco! Mi è toccato prendere dall’angolino in alto e cominciare a sgrassare le pareti. E adesso che è finita la giornata non ho ancora finito. Stavo bene nella sezione di prima, eravamo pochi ma buoni e ci lasciavano anche più liberi. Vabbè, liberi. Liberi di gironzolare nel corridoio, di giocare a biliardino. Il terremoto è stata una gran fregatura. Senza parlare della paura di quella notte: gente che urlava come se la stessero sgozzando, il corridoio vuoto di persone ma pieno di grida e singhiozzi. Si sentiva qualcuno piangere, altri furiosi chiedevano con tutto il fiato che avevano in gola di uscire. Alla fine ci hanno condotto in giardino, col freddo che c’era, in mutande e maglietta da notte. Non tutti, solo chi voleva. Poi nei giorni seguenti mezzo carcere è stato evacuato per sicurezza, scombinati tutti i piani e le stanze, i detenuti rimescolati come carte nel mazzo. Personalmente stavo più tranquillo prima che ero al piano terra, ma dalle voci che circolano – i pettegolezzi sono all’ordine del giorno, anzi: sono la prima fonte di informazione, qua li chiamiamo “radio carcere” – credo che la sezione mia l’abbiano svuotata per intero. Adesso ci lasciano fuori dalla gabbia un paio d’ore la mattina e nel pomeriggio, che poi sarebbero gli unici ritagli di tempo che abbiamo per lavarci i panni, fare la doccia. Qui non c’è nemmeno il bagno interno, altro che biliardino. Per lavarsi ogni volta ci son di quelle code che ti passa la voglia. Si fa per dire, eh? Non giustifico mica gli africani! E nemmeno tutto l’unto che m’è toccato grattar via. Pensavo che con meno gente qua dentro le guardie avessero più tempo, non si lamentano sempre tutti del fatto che il vero problema qui è il sovraffollamento? Mannaggia pure a loro, credevo ci avrebbero lasciati respirare un attimo. Invece niente, chiusi peggio di prima. I laboratori per la maggior parte son saltati, ‘radiocarcere’ – trasmessa in questo caso dal tizio calabrese che ieri mi ha prestato il detersivo per i panni – dice che vanno messi in sicurezza per via delle attrezzature pesanti. Mi ero iscritto a ceramica, chissà cosa mi credevo di fare.
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