ITALIANO

TRUCCHI E CONSIGLI: ALCUNI APPUNTI DA C.R.I.S.I.

PARTECIPAZIONE

Quando parliamo di partecipazione dobbiamo pensare al significato che riveste in qualsiasi contesto. C.R.I.S.I. intende riconoscere
l’esistenza di quei gruppi sociali che stanno ai margini e non sono funzionali alle egemoniche logiche di potere. Abbiamo scelto di lavorare con loro, andare nei loro luoghi e seguire le loro attività al fine di decentralizzare ed estendere il campo d’azione del progetto.

Abbiamo proposto di pensare ed immaginare questi gruppi sociali come guide fondamentali per i futuri cambiamenti sociali che
avvengono di solito in tempi di crisi. Per rovesciare il modello della burocratizzazione culturale e i modi di essere. Per questa ragione abbiamo qui parlato di “immaginazione sociale inclusiva” e non di partecipazione. Crediamo che oggi “partecipazione” sia un concetto ingannevole che potrebbe essere usato per manipolare e strumentalizzare i bisogni sociali ed i desideri collettivi, per poi indirizzarli verso le esigenze del consumismo o delle urne elettorali.

NO TELEMARKETING – NO OPEN CALL

Abbiamo scelto di non usare una “open call” per raggiungere le persone. Sarebbe come utilizzare un servizio di telemarketing per
cercare un proprio amico. Per questa ragione abbiamo realizzato che un metodo chiave è il SOCIAL READY MADE, dal momento che
permette un dislocamento contestuale che trasforma il significato e incoraggia una presa di posizione. C.R.I.S.I. cerca alleati che
abbiano già le proprie pratiche partecipative e le proprie reti sociali: attivisti di quartiere, associazioni culturali, organizzazioni studentesche, collettivi di artisti e giornalisti indipendenti, filosofi e assistenti sociali. Altro cruciale obiettivo di questo progetto è stato quello di creare interrelazioni tra collettivi e individui senza precedenti legami lavorativi, cercando di usare tutte le risorse creative e immaginative per stimolare nuovi pubblici attivi.

COMUNE O COMUNITÀ

Questo progetto lavora sul “comune” e su come sviluppare pratiche emancipatorie cheriguardano il significato di partecipazione sociale, attraverso ciò che noi chiamiamo “immaginazione sociale inclusiva” in un contesto di crisi. In questo senso abbiamo scelto per il titolo un acronimo che sintetizzasse tutti i concetti coinvolti. Nella prima fase del progetto, una delle prime consultazioni avvenute con le curatrici del premio riguardò il modo di comunicare il progetto. Per la prima conferenza stampa di C.R.I.S.I. ci chiesero alcune delucidazioni circa il modo in cui avremmo sviluppato il progetto, con chi, e circa il titolo ed i concetti implicati. Abbiamo subito capito che avremmo dovuto pensare a come “spiegare” quei concetti in lingue diverse.

Venendo dall’Argentina e dal Cile, parliamo un linguaggio che mantiene i suoi legami con la colonia: lo spagnolo. Ma qui, a Bologna, è
stata un’enorme sfida sviluppare l’intera esperienza lavorativa in due differenti lingue: l’italiano (per la comunicazione locale) e l’inglese (per quella internazionale). Abbiamo una laurea in inglese presa all’Università della Strada (non ad Oxford), così abbiamo pensato fosse giusto avere un altro punto di vista, come avevano consigliato le curatrici. Così queste ultime hanno consultato alcune persone ed una di queste, un ragazzo americano che lavora nel campo del cultural management, suggerì di fare alcuni cambiamenti al titolo originale che avevamo proposto (“Commune of Research for Inclusive Social Imagination”) cambiandolo in “Community Research on Imagining Society and Inclusion”. Ciò ha aperto una parentesi piuttosto interessante. Abbiamo avuto modo di scoprire come un piccolo cambiamento nell’uso del linguaggio potrebbe scombinare completamente il senso dell’idea espressa e influenzare lo sviluppo concettuale del progetto. Abbiamo inoltre compreso che “Commune” (il termine inglese da noi utilizzato) non è lo stesso che “Community”. Avendo utilizzato “Commune” di proposito, ma non essendo l’inglese il nostro linguaggio “nativo”, abbiamo deciso di consultare un’altra persona.

Così abbiamo scritto a Brian Holmes (un teorico e attivista americano), per assicurarci che la nostra versione del titolo fosse corretta (o un errore consapevole). La sua risposta fu: «il cambio in “Community Research” è totalmente normalizzante e ciò che mi ricorda è il punto di vista di un governo cittadino che voglia integrare un processo artistico nella sua retorica del servizio pubblico. Al contempo
è anche vero che in inglese “Commune” ha l’odore della California psichedelica del ’68 (che io amo), ma altri no!… Il titolo che avete proposto risulta più coerente con le vostre pratiche. Si potrebbe anche dire, in un più forte linguaggio di sinistra: “Communards
for Research in Social Inclusive Immagination”. E con questo il termine “inclusione” ha un significato totalmente diverso: si è inclusi nella Comune di Parigi del 1871 e nella sua attuale estensione». Alla fine abbiamo deciso di tenere il titolo (ed il concetto) originale. Abbiamo nuovamente capito che politicamente, uno dei più importanti e delicati aspetti di cui occuparsi in ogni progetto, è il modo di gestire la
comunicazione (e la stampa).

TEMPO

Quando parliamo di produrre esperienze di immaginazione sociale inclusiva, dobbiamo sempre innanzitutto pensare a come costruire un altro concetto di tempo. Per questo C.R.I.S.I. è un progetto temporaneo e contestuale, che si colloca e sviluppa nella contingenza
di un contesto specifico e lungo un dato tempo.

È normale che in molti progetti gli artisti lavorino in modo alienato rispetto allo spazio e al tempo, al contempo globalizzato e delocalizzato. Arrivano, si fermano qualche giorno, ed in genere gli unici rapporti che riescono a costruire sono con persone coinvolte
nella mostra, che ruotano attorno alla galleria o al museo. Poi, dopo la mostra, devono ripartire e in genere non riescono a costruire nessuna relazione profonda con il contesto e la popolazione locale. Quindi, questo è uno degli aspetti più complicati delle cosiddette pratiche “site specific”, in cui, gran parte delle volte, gli artisti non costruiscono nessun intervento specifico “sul sito”, ma solo un’installazione adattata a qualche architettura o spazio, ma non collegata al contesto e alle circostanze. Preferiamo così il concetto “fight specific” (recentemente utilizzato dall’iniziativa artistica Isola Art Center di Milano). Consapevoli dell’importanza del tempo, e opponendoci alle pratiche alienanti di certa arte contemporanea, abbiamo deciso di passare più di due mesi in Emilia Romagna, poiché crediamo sia necessario creare le condizioni utili allo sviluppo di rapporti reali (che potrebbero anche avere continuità e sopravvivere nel tempo).

Il tempo della “immaginazione sociale” è completamente diverso da quello dell’industria creativa. Per la “immaginazione sociale”, l’urgenza non è correre per una scadenza. È legato all’urgenza che nasce dal contesto e all’abilità sociale a rispondere ai problemi più impellenti attraverso un’immaginazione che utilizzi altre temporalità. Queste pratiche nascono quando c’è una sollevazione sociale,
una rivolta, una rivoluzione. Sono pratiche senza programmi rigidi, aperte e fondate sull’impegno e sulla solidarietà; creano un nuovo modello di tempo e contribuiscono a creare nuovi tipi di relazioni, nuove forme di arte e modi essere

ETCETERA…

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